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  • L'urbanista è come un chirurgo, se quest'ultimo per sbaglio incide o taglia un organo che non doveva, potrà anche riparare l'errore ma l'organo rimarrà comunque lesionato. Se invece si sbaglia un edificio al limite si potrà anche demolirlo e rifarlo ex novo, ma buttare a terra una città per rifarla daccapo non so proprio se è possibile

    Luigi Piccinato, architetto

  • When we try to pick out anything by itself, we find it hitched to everything else in the universe.'
    [Quando proviamo a tirare via qualcosa per se stessa ci rendiamo conto che era attaccata a qualcos'altro nell'universo]

    John Muir (1838-1914)

  • L'importante è non smettere di far domande. La curiosità ha le sue ragioni di esistere

    Albert Einstein

  • Il problema è come inculcare una tensione all'armonia con la terra in persone che hanno, in larga parte, dimenticato che esiste qualcosa che si chiama terra, e per le quali istruzione e cultura sono diventati quasi sinonimo di abbandono della terra. Questo e' il problema dell'educazione a conservare

    Aldo Leopold

  • Un solo raggio di sole è sufficiente per allontanare molte ombre

    Francesco da Assisi

  • Quando un popolo non ha piu' senso vitale del suo passato si spegne. La vitalita' creatrice e' fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli e' una ricca vecchiaia

    Cesare Pavese

  • Non siamo forse veri e propri analfabeti nella lingua e nell'arte necessarie per creare, tessere e conservare liberamente connessioni e legami?

    Ulrich Beck

  • Chi sogna anche di giorno sa molte piu' cose di chi sogna solo di notte

    Edgar Allan Poe

  • L'unica ricchezza rimasta al Terzo mondo e' la biodiversita': i nostri semi, le nostre piante medicinali che ci permettono d'entrare nel mondo produttivo. Non possiamo tollerare che i brevetti, i giganti alimentari ci tolgano anche questo

    Vandana Shiva, Earth summit 2002 Rio+10

  • ...dobbiamo essere riconoscenti a quelle citta' per la lodevole discrezione che dimostrano, lasciando le rive del fiume ai boschi, ai prati e ai giardini

    Jerome Klapka Jerome, Tre uomini in barca (per tacer del cane) [1889]

'Slack space movement': una nuova chiave interpretativa per ri-definire il 'vuoto urbano'

inserito Sabato 14, Aprile 2012 da Roberto TOGNETTI

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Uno straordinario reportage di Rosalba Castelletti con un vivace commento di Franco La Cecla sulla sezione R2 di La Repubblica del 13 aprile 2012 (ved. Allegato). Una fotografia di come puó essere trasformato l'horror vacui provocato dal progressivo abbandono degli spazi nelle città britanniche, che ci sembra una possibile anticipazione di quanto potrà avvenire in molte città europee. Questo un dei passaggi salienti dell'indagine:
Slack space, li chiamano, prendendo in prestito il termine informatico che indica i byte non occupati in un file. In febbraio la percentuale di negozi vuoti nelle high street britanniche era del 14,6 per cento, il tasso più alto da quando nel 2008 la Local Data Company (Ldc) ha iniziato i suoi rilevamenti mensili. «Nel 2011 la percentuale è stata del 14,3 per cento, mentre nel 2008 era del 5,5 per cento. Parliamo - precisa Matthew Hopkinson, il direttore di Ldc - di 48.000 unità inoccupate. Un negozio su sette».
Segue poi la bella testimonianza dei tanti modi in cui lo spazio abbandonato viene riutilizzato con nuove attività e destinazioni, molte delle quali attinenti ad attività creative e a nuovi servizi per la comunità locale.
Il contributo di Franco La Cecla, riscopre il concetto di diritto alla disoccupazione creativa messo a punto tre decenni fa da Ivan Illich che intrecciato con le tesi di Richard Sennett nel suo recente libro 'Insieme' porta a disegnare una strategia coerente con la filosofia di iperPIANO e in particolare con uno dei tre nostri approcci INTEGRATI, ovvero quello di creaCITTÀ - Colmare i vuoti di città e territorio con il talento individuale e collettivo.


Certo l'analisi di La Cecla si spinge in profondità ed evidenzia come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia i 'workshop', i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo. L'arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell'avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall'idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società.

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